I miei 10 anni su Facebook

I dieci anni in prima persona

Il 6 Novembre sono stati per me dieci anni esatti dall’iscrizione su Facebook. Devo però confessarvi che lo avevo già conosciuto più o meno un anno prima, con un altro account. La mia primissima su questo social era solamente per sperimentarlo in qualità di sito free hosting per le immagini da pubblicare poi sul blog. Ovviamente era possibile, avendo già dalla sua a disposizione la possibilità di creare album, ma mi resi subito conto che aveva tutt’altre finalità non tanto diverse dai servizi più popolari di allora come Myspace, Netlog o Badoo. Mi ricordo perfettamente che c’erano iscritti pochissimi italiani e alcuni di questi avevano dirette relazioni con studenti americani. L’altro aspetto che mi interessava di Facebook era capire perché destasse così tanta attenzione agli sviluppatori di MSN, che dal sito blu tenteranno di creare un’imitazione rivoluzionando i nostri MSN Spaces, trasformati in breve tempo in una sorta di satellite connesso ad una rete di servizi chiamata “Windows Live”. Un tentativo che poi risultò del tutto inutile e, come penso in molti si ricorderanno, costò alla nostra vecchia e cara blogsfera l’inizio del declino.
All’epoca era Myspace che dominava incontrastato il panorama dei social network, ma nessuno si sarebbe mai aspettato che la creatura di Zuckerberg potesse macinare un numero così elevato di iscritti da superarlo nel raggio di qualche anno. Il motivo? Beh, a guardarlo dall’esterno, si presentava chiuso, freddo, con una grafica tutt’altro che moderna e con i profili poveri, privi di contenuti esposti pubblicamente, all’esatto opposto di quelli di Myspace e dei nostri ex blog della Windows Live. Il successo di Facebook non era stato affatto pronosticato, anzi erano in tanti a giudicarlo negativamente. Tutti erano convinti che la nuova rivelazione del web fosse in realtà la piattaforma di micro-blogging, Twitter, ma ahimè le cose non vanno come sempre crediamo. Qualcuno azzardò persino Friendfeed perché più completo e visibile a chiunque, ma anch’esso finì nel dimenticatoio dopo esser stato acquistato proprio da Zuckerberg.

Dopo circa un anno, o qualcosa di meno, ritorno su Facebook con l’attuale account. Era per l’appunto il 6 novembre. Questa volta sono stato invitato da alcuni amici (ce ne erano già una cinquantina) via e-mail. L’impatto fu drammatico perché non volevo mettere il mio nome reale. Esporre pubblicamente la mia vita privata non riuscivo proprio a concepirlo. Se ricordate bene, infatti, all’epoca si usavano soltanto i nickname: il nome e cognome era considerato pericoloso. Mettendo la propria identità si diventava facilmente reperibili anche dai malintenzionati. Un aspetto questo che però non ha frenato di certo le ambizioni di Zuckerberg, che ha visto ugualmente incrementare gli iscritti nel social e ha perseguito questa strategia fino ad oggi. Altro elemento chiave della crescita degli iscritti su Facebook fu il “Tag”, sistema che permette di associare i volti alle persone all’interno delle immagini. I primissimi tempi di questo social furono segnati per lo più dal suo utilizzo indiscriminato: pubblicare immagini dove vengono ritratti gli amici desta sempre particolare attenzione e questo ha comportato che in tanti si iscrivessero per controllare soprattutto cosa venisse veicolato, a maggior ragione sapendo che ai volti veniva inserito il loro nome e cognome. Il problema della privacy, all’epoca garantita con opzioni davvero ai minimi, fu il vero tallone d’Achille di Facebook. Ci vorranno diversi anni e non pochi processi perché la situazione migliorasse, ma l’ombra che la trasparenza non sia garantita sulle politiche della privacy è sempre presente, soprattutto quando si affronta l’argomento dei dati sensibili venduti a terzi.
Ben presto arrivò anche il “Like” a disposizione degli iscritti, che ha alimentato in maniera disarmante le attività all’interno del sito blu, ma di questo ne parlerò in seguito.
Ricordo poi le “Fan Page” che erano per lo più un gioco: “quelli che”, “noi che”. I gruppi erano visti in similmente, ma presero quota comunque più tardi. Centro delle attività erano soprattutto le app, con giochi che non mi scorderò mai: Geo-Challenge, Word-Challenge, l’odiatissimo (per me) Pet, il Bowling, il Poker e tante altre che è inutile elencare. Anche i quiz andavano a gonfie vele. Oggi la visibilità delle app su facebook è decisamente più ridotta a causa della sempre più crescente concorrenza delle App negli store di iOS e Android, ma sta di fatto che queste furono uno dei motori portanti nell’interazione degli iscritti durante i primi anni di vita del sito blu.
L’ascesa di Facebook in Italia avvenne tra il 2007 e dopo l’estate del 2008. Noi siamo stati pionieri di questo social soltanto perché studenti. Nel raggio di due anni, Facebook ha visto oltre 10 milioni di iscritti italiani che riguardavano ormai più generazioni. Il pubblico ha iniziato a maturare l’utilizzo di questo social con l’arrivo degli smartphone. Facebook stesso è cambiato perché se prima era quello che ci faceva ritrovare i contatti smarriti, ora ci permette di restare perennemente in contatto ed è qui che subentrano svariati modi di comunicazione tra gli iscritti, tra cui in primis le chat. E’ proprio dal 2010, in concomitanza della diffusione degli smartphone, che Facebook inizia ad entrare perennemente nella nostra quotidianità, anche fuori dalle mura domestiche perché sempre “a portata di mano”. Prendono quota le partecipazioni delle pagine aziendali ed iniziano le prime forme di propaganda politica attraverso la creazione di profili pubblici. Indimenticabile è la candidatura di Obama che sfruttò proprio i canali social, tra cui Facebook, per l’elezioni alla Casa Bianca. Da lì a poco, con non poche difficoltà ad accettarlo, arriveranno anche le TV e i mezzi di informazione. Tutto ciò ha contribuito a rendere questo social stabilmente al centro delle nostre vite fino ad oggi, bruciando ogni genere di concorrenza.
Negli ultimi anni Zuckerberg ha espanso i suoi “domini” acquistando Instagram e Whatsapp, social app considerate precedentemente pericolose per la sua egemonia. Diversa la sorte di Snapchat che da mancato acquisto da parte di Zuckerberg è finito col vedersi rubato di tutte le proprie funzionalità.

E arriviamo ad oggi, dove Facebook continua a mutare il suo immenso motore d’intrattenimento introducendo da poco tempo il “Marketplace“, ergo entrando a tutti gli effetti nel mercato dell’ecommerce. Altra novità è sul fronte del mercato lavorativo che sfrutta al momento la geolocalizzazione per le offerte lavorative, ma siamo ai primi passi e c’è da giurarci che ci saranno miglioramenti significativi.
A breve dovremmo, infine, vedere le pagine in grado di poter vendere i propri prodotti (sarebbe un tremendo colpo sempre per lo storico Ebay). Già negli States è possibile effettuare prenotazioni e ordinazioni nei profili aziendali degli alberghi, locali e ristoranti.

Conflittualità personale

Personalmente non ho mai amato Facebook. Uccide il fascino di una persona. Non racconta fedelmente la realtà. La gente tende a raccontare il meglio di sé. A volte si coinvolgono persone senza nemmeno chiedere se possa arrecare problemi alla propria privacy, quindi si viene messi in luce in situazioni scomode e molto spesso anche fastidiose, se la privacy fosse impostata visibile a chiunque. Quindi, se non fossimo poi noi a pubblicare le cose, ci saranno sempre gli altri che in qualche modo ci renderanno visibili e contro le nostre volontà.
Per ben tre volte ho staccato la spina: la prima è stata di durata breve e di natura esclusivamente tecnica: a causa di una mole di articoli del blog inseriti all’interno del feed del mio profilo, Facebook mi bannò per flood. Ci volle un settimana per ripristinare l’account. La seconda volta è stata di mia intenzione: volevo prepararmi in pace con la tesi di laurea. Stetti fuori dai giochi praticamente per sei mesi. La terza ed ultima volta fu poco più di un anno fa e forse fu il distacco più lungo. Alla base di ciò una segnalazione ai miei danni per profilo fake. Accogliere come fake Matt Simon è corretto, ma che io sia realmente falso non lo potevo accettare. Per pigrizia non son più tornato a recuperare l’account, lasciato in sospeso dal Team Facebook che attendeva una mia risposta sulla riattivazione. Lo recuperai con svogliatezza perché fui costretto per motivi lavorativi. Lo feci addirittura con lo sfregio, alterando il nome sulla mia carta d’identità con Photoshop. Gioco sporco? Non credo. Se su Facebook ci sono iscritti cani e porci, con nomi inventati, per quale ragione io dovrei esibire la mia reale identità? L’esibirla mi costava grossi problemi con tutti quelli che personalmente parlando non avrei mai voluto far entrare nella mia sfera privata.
Se non fosse per il lavoro che faccio, credo che potrei fare a meno tranquillamente di Facebook, o meglio di non usare il mio account principale. Staccarsi totalmente equivale a estraniarsi dalla gran parte delle attività collettive, purtroppo connesse a questo social network. Una cosa che dovrebbe far riflettere: è giusto che per restare aggiornati uno si debba servire per forza di Facebook?

Quello che non ho mai accettato di Facebook

Un neo di questo social è stato senza dubbio il tanto discutere del “cosa faccio”, “cosa penso”. Facebook che si sostituisce ai blog personali è una cosa che non mi è mai andata giù. Lo spazio dedicato ai post su Facebook (peggio mi sento con Twitter, ma questo è altro discorso) riduce i pensieri ad essere nella gran parte dei casi dei semplici scarabocchi del quotidiano. Un pensiero su un blog invece rimane per sempre. Ho visto tante persone abbandonare i blog a favore di questo social sia per un discorso di pigrizia che per egocentrismo. E’ stato un duro colpo per me, abituale loro lettore: una cosa è leggere opinioni e considerazioni frutto della propria mente, l’altra è condividere un contenuto di altri e spenderci solo due righe, senza doversi preoccupare di dargli un’impostazione personale. Nel primo caso c’era una vera e propria metamorfosi del diario. Nel secondo caso c’è l’annientamento di questo a favore di piccolissimi frammenti della quotidianità condivisa. Insomma, la traccia del nostro pensiero si è ridotta ai minimi termini ed è finalizzata soprattutto ad un intrattenimento sul momento: passato qualche giorno, l’elemento condiviso finirà nel dimenticatoio, cosa che coi blog, al contrario, non succede grazie agli archivi e ai motori di ricerca interni. E da ciò: vuoi mettere quando avevamo un sito costruito a nostro piacimento, che aveva contenuti che andavano letti per esser compresi? Vuoi mettere di non dipendere da nessuno, di avere tutto reperibile in qualunque momento? Vuoi mettere una finestra esclusivamente tua? 
L’esser liberi e padroni del proprio pensiero  è un qualcosa che a me è troppo caro. Forse questo è uno dei motivi principali per cui questo blog è ancora in vita. Coi social siamo invece ostaggi di un algoritmo che decide quali contenuti diffondere nelle home dei nostri amici e se noi non coinvolgessimo i diretti interessati coi tag, è impossibile stabilire chi lo avrà letto veramente. Che sia un bot a decidere cosa diffondere e a chi non l’ho mai apprezzato. Se volessi condividere un contenuto, gradirei che arrivi a tutti! Questo non è possibile, ergo è un aspetto che non mi piace.

L’altro neo è la privacy, che è stata per anni l’oggetto più discusso di questo social, un po’ scemata negli ultimi tempi solamente perché sono entrati di scena gli smartphone e tablet che con le loro app sono un altro attentato alla nostra sfera intima. E’ inutile dirvi che il mondo digitale ci abbia reso delle pagine aperte al mondo e soprattutto ci abbia dato totalmente in pasto al marketing, ma in parte la colpa è nostra – diamocela ogni tanto – che eccediamo nel diffondere i nostri contenuti privati, senza renderci conto che questi possono essere o compromettenti o utilizzati per finalità di marketing. Insomma, Facebook è diventato un database che sa tutto o quasi della vita di tutti e questo deve far preoccupare perché si sta parlando di un social che ormai conta oltre un miliardo di persone in tutto il mondo. In parole povere, un vero e proprio impero, anche se digitale, che ci tiene continuamente sotto scacco.

Like ti odio

Il Like è il motore portante delle attività all’interno di Facebook e sostanzialmente è un male ormai ben radicato nella nostra società. Per il marketing è una manna dal cielo perché offre una lettura di vitale importanza per capire la qualità di un prodotto da pubblicizzare, ma per il broadcaster di turno ha più sfumature che riguardano circa il valore del proprio ego e dei propri contenuti condivisi. Oggi il like è quasi ovunque nel web e se non c’è questo c’è una stellina che ha un simile significato. Dunque, il like è il motore centrale delle attività di ogni social e centrale nella nostra società. Facebook ce l’ha proposto (c’è chi sostiene che il primo sia Youtube con le stelle, ma poco importa: a me interessa affrontare il concetto) e noi tutti ci siamo scatenati in una gara infinita di elementi pubblicati (oserei definirlo consumismo digitale off limits), senza vincitori o perdenti, dove avere un numero elevato di approvazioni determina la nostra importanza. 
Insomma, il like è un feedback positivo della gente che però – detto alla maniera “piovrana” – ha generato confusione e deficienza di massa. Bisognerebbe aprire un altro post su ciò perché qui si finisce con l’andare OT. Quello che c’è da capire però è che se è vero che il Like ha acceso il motore di intrattenimento all’interno del sito blu, dall’altra ha provocato svariati scenari che hanno sancito la conferma della stupidità umana e soprattutto hanno attivato il motore della pigrizia al di fuori del social network stesso. Da blogger qual sono, abituato in passato a commenti dotati di senso, mi sono rifiutato di introdurre in questo sito i like proprio perché voglio che il lettore esca fuori dal limbo della pigrizia. Non mette il like? Meglio. Sinceramente, ai fini della visibilità di questo blog, un like non mi aiuta a farlo crescere, mentre un commento sì, quindi il like rimane, per quanto mi riguarda, un elemento più nocivo che uno strumento valido per le mie finalità. Zuckerberg ha pensato di accostarlo recentemente ad altro genere di feedback, chiamate reactions. C’è il pianto, quello divertito, l’arrabbiato, lo stupito e il cuore. Manca quello che disapprova. Il motivo per cui non viene messo è semplice: sarebbe una verità scomoda per il marketing, non invoglierebbe le aziende ad investire e soprattutto porterebbe la gente dal guardarsi bene prima di pubblicare una qualunque cosa. Insomma, meno attività, meno pasto per il marketing = meno soldi in cassa. 

Mano santa per il lavoro

Facebook è utile ai fini lavorativi. Su questo non ci piove e non lo dico solo da professionista del web. Se hai aziende o sei un privato libero professionista, questo social ha in qualche modo il potenziale di sostituire e superare il famigerato passaparola, con la non piccola differenza di avere degli strumenti potentissimi (Facebook ADS e gli insights) che ci permettono di poter fare pubblicità dietro investimenti anche minimi, con pochi e semplici passi, permettendoci di andare quasi a botta sicura sulla lettura e l’identificazione dei nostri target perché, come detto prima, ormai Facebook ha raccolto dati a sufficienza sulla vita e gli interessi di tutti, per cui è difficile che possa fallire le nostre aspettative. E le politiche pubblicitarie di Facebook riconosco che sono persino non invadenti per i destinatari, quindi forse su quest’aspetto Zuckerberg ha creato davvero una macchina auto-alimentata alla perfezione. Anche senza ads, le pagine aziendali hanno comunque motivo di esistere e, professionalmente parlando, sono perfette se connesse ad un sito – si pensi sempre a chi non è iscritto su Facebook – perché offrono un’opportunità in più per restare in contatto ed aggiornare il cliente. Insomma, al di là della mia parentesi più sintetica possibile, non si può dire che non convenga investire su Facebook.
Ma perché parlare di lavoro? Semplice: la popolazione su Facebook è incrementata anche per questo motivo.

Che ne sarà di noi? Di Facebook?

Facebook è destinato a continuare il suo ruolo da protagonista nella nostra quotidianità, assieme a tanti altri consolidati come Google, Youtube, ecc., che in qualche modo ci rendono legati ad una partecipazione digitale continua e saremo sempre più dipendenti ai dispositivi mobili. Ciò che però mi preme di dire è che i rapporti personali dovrebbero avere più contatto fisico. L’affidare ormai quasi tutto dei nostri legami e momenti ai server di Zuckerberg è un pericolo incalcolabile per la nostra identità e la nostra memoria. Feci una tesi sulla “rimediazione” della cartolina – fosse stato per me avrei esteso l’argomento su più medium, ma mi ci sarebbe voluto un anno e almeno oltre 500 pagine per affrontare la questione a pieno, quindi ho cercato di essere più originale possibile – ponendo l’accento nel finale sull’importanza che questa ha nel conservare testimonianze sui nostri legami, sul nostro passato e sulla nostra esistenza per iscritto. Ho sottolineato l’importanza della nostra consapevolezza nell’utilizzo attivo dei medium digitali perché anche le foto, ad esempio, andrebbero stampate. Sono documenti importantissimi della nostra vita. Raccontano la nostra esistenza e andrebbero custodite dentro le mura domestiche, quella che fin da piccoli ci hanno insegnato esser l’unico luogo di certezza e di riferimento nel corso della nostra vita. Non è ammissibile che i nostri rapporti siano visibili solamente dietro degli schermi. E se domani Facebook fallisse? O magari ci possa essere una guerra mondiale che disintegrasse i database che conservano questi dieci anni della nostra esistenza su Facebook? O che un hacker rubasse tutti i nostri dati? O che Zuckerberg decidesse di vendere tutto a soggetti terzi, i quali a loro volta vendessero tutto ad altri, con la conseguente sparizione di tutto ciò che noi abbiamo condiviso? Le mie sono ipotesi assurde, un po’ a casaccio e banali, ma sufficienti quanto basta per far capire che noi in questi social siamo pur sempre ospiti e non è accettabile che i frammenti dei nostri rapporti, col valore che essi hanno per noi , debbano finire in gran parte sui database di Facebook. E’ nostro dovere utilizzare Facebook (ma anche altri social) con la dovuta attenzione e dedicandoci i giusti tempi, ponendoci sempre dei limiti nel rispetto della nostra vita, le nostre relazioni e la nostra memoria. E’ nostro dovere ricordarci che i rapporti vanno vissuti ed alimentati soprattutto fuori da questo social. Non siamo in un grande fratello dove tutto va sbattuto nei social per esibizionismo o egocentrismo. E’ nostro dovere mantenere una piccola parte della vita tutta nostra, senza doverla necessariamente condividere in rete, a maggior ragione con un database di nome Facebook.  E dovremmo talvolta dar peso all’importanza del destinatario quando ci improvvisiamo broadcasters. Un conto è condividere a tutti, un conto è farlo a una persona per via diretta.
Sto demonizzando Facebook? No, sarebbe un errore imperdonabile da parte mia. Semmai sto demonizzando i limiti della mente umana che, molto spesso, ha dimostrato di animare ed utilizzare i medium con immaturità ed inconsapevolezza. Chi è professionista della Comunicazione ha il compito di insegnare quanto più possibile come utilizzare un medium, Facebook compreso. A maggior ragione dopo dieci anni di vissuto.

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Mattia Simoncelli

Matt Simon

Mi piace scrivere. Allena la mia mente. Questo blog resta la mia più grande palestra. Tratto principalmente i miei interessi e ciò che ruota intorno al mio lavoro. 
Aspiravo al giornalista sportivo, ma sono finito col fare il fotografo e i siti web da diversi anni ormai.

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