Pallotta

La Hit-Parade degli errori di James Pallotta nella Roma

La Roma, nel giorno dell’anniversario della scomparsa di Franco Sensi, è passata ufficialmente al Gruppo Friedkin, dunque credo sia giunto finalmente il momento di esprimere una valutazione su più punti riguardo il mandato di Pallotta, includendo anche il periodo in cui era uno degli azionisti del gruppo di Benedetto. Il fatto di includere anche le prime fasi è dovuto ad un legame delle strategie intraprese sin dall’inizio dalla ex gestione.
La missione di Pallotta è stata segnata da troppi errori che di fatto hanno lasciato la nostra piazza con l’amaro in bocca e la rabbia negli occhi. Nessun trofeo,  pochi sussulti, diversi piazzamenti nelle zone alte della classifica di serie A e niente più. Pallotta, Il 27 agosto 2012, è stato nominato nuovo presidente della Roma prendendo il posto di Thomas DiBenedetto. L’11 agosto 2014 ottiene il controllo totale della Roma, acquistando il restante 31% delle azioni detenute da UniCredit per un corrispettivo pari a € 33,5 milioni. Il suo mandato dura a tutti gli effetti 6 anni. Durante la sua presidenza, preannunciò che se nel 2020 non gli avessero fatto lo stadio, lui avrebbe venduto la Roma. Di fatto le cose andarono così e nella notte tra il 5 e il 6 agosto 2020 firma il contratto preliminare per la cessione della società a Dan Friedkin, alla modica cifra di 591 milioni.
Salutando Pallotta, di seguito, i punti più discussi del suo cammino al timone della nostra amata Roma. 

Lo stemma
Ancor prima di Pallotta, gli americani si son presentati cambiando nel raggio di due anni lo stemma del club: sul logo non più ASR o AS Roma, ma solo “Roma”. Alla scritta, viene accompagnata una lupa ridisegnata non affatto apprezzata dalla maggioranza dei tifosi. Questo cambio è stato ritenuto un’offesa alla tradizione e alla storia del Club. La musica non cambia nemmeno con Pallotta al timone. Da Boston si giustificano sostenendo che il nuovo logo, molto più semplicistico alla vista, rende più appetibile il brand e perché Roma al posto di ASR è ha più impatto di un semplice acronimo. Che sia giusto o meno, ciò ha fatto infuriare gran parte della tifoseria che ha visto nel nuovo logo un aborto paragonabile a quelli contraffatti che sono acquistabili alle bancarelle. Inutili i tentativi di rendere meno pesante il cambio, siglando un accordo con la Nike per la fornitura del materiale tecnico. Per quanto questo brand sia stato apprezzato da una buona fetta di tifosi (la prima maglia del primo anno ha il record di incassi, con il nome di Totti fra tutti), resterà indelebile e profonda la ferita del nuovo stemma. 

La Regina d’Europa.
Gli americani son venuti qui convinti di sfondare il mondo perché il brand “Roma” ha un potenziale enorme, ben superiore a tanti altri che tuttora dominano il Merchandising mondiale. Si soffermano addirittura che si può raggiungere lo UTD, Barca e il resto della élite europea tra una decina di anni (ormai quasi raggiunti). 
La “Regina D’Europa” è stata la promessa di Di Benedetto. Di fatto, alla base della famosa promessa che tutti si ricordano benissimo, c’era il progetto della “Cantera Giallorossa”, una sorta di scopiazzata al modello Barcellona, che all’epoca vinceva tutto grazie ad una generazione di fenomeni cresciuta in casa propria (Messi, Iniesta, Xavi, Busquets, Pedrito, Sergi Roberto ecc. ). Ma perché la Roma potesse ambire a ciò, serviva una rivoluzione culturale: questa idea visionaria fu lanciata da Franco Baldini, nuovo direttore generale, e messa in atto da un grande talent scout come Sabatini, nominato come DS, pur essendo notoriamente di fede laziale. Dalle parole ai fatti è bastato poco. Al timone della squadra viene ingaggiato Luis Enrique, che alle sue spalle aveva allenato solo il Barcellona B. La Roma si presenterà a fine sessione estiva, davanti ai suoi tifosi, con un numero consistente di giovani romani e romanisti, così come voleva la nuova proprietà. A questi si sommano qualche talento per accendere gli entusiasmi della piazza. Sabatini porta Lamela, Pjanic e Bojan (spacciato per il nuovo Messi). Un mercato che è venuto a costare oltre i 30 milioni.

La Roma, di fatto, sembrava sulla carta la fotocopia del Barcellona, con un 4-3-3 aggressivo e fatto di possesso palla prolungato, ma con la “sottile” differenza di non avere in casa propria – Totti a parte – i campioni blaugrana, ossia elementi in grado di tener palla per almeno 80′ nella metà campo avversaria. Molti di quella nostra rosa (Piris, Kjaer, Heinze, Josè Angel, Stekelenburg) non erano affatto all’altezza e sommati all’imperizia dei giovani della primavera, resero il campionato di una mediocrità scontata sin da subito, con l’eliminazione ai preliminari della Uefa League. Indimenticabile, non appena iniziata la stagione, fu la sostituzione di Okaka al posto di Totti, e da lì a poco arrivò il pareggio degli umili avversari dello Slovan Bratislava, che ci eliminarono sorprendentemente dalla Uefa League, pareggiando 1-1 all’Olimpico.
Nonostante le numerose richieste di tempo perché la squadra cambiasse mentalità, il progetto della Cantera giallorossa crollerà come un castello di sabbia a fine stagione, con le dimissioni di Luis Enrique. 
Passare sempre per i giovani e il buon calcio non passò però di moda nella testa degli americani, che per riportare entusiasmo nel nostro ambiente, affidarono ogni speranza a Sabatini che riportò a Trigoria Zeman, fresco di una scalata memorabile del suo Pescara fino alla serie A (valorizzando all’epoca Insigne, Verratti e Immobile). Il boemo ha un trascorso ricordato positivamente nell’era Sensi e gode di una profonda stima perché considerato un eroe per la vicenda doping che vide coinvolta la Juve verso gli anni 2000. Diversi giovani vennero presi, ma di fatto la sostanza non cambierà  e con lui la Roma non farà meglio di Luis Enrique: verrà licenziato a metà stagione, a differenza dello spagnolo. Da quel momento la squadra viene affidata al vice, Andrazzoli, il quale porterà miracolosamente la Roma alla finale di Coppa Italia, contro una Lazio non proprio irresistibile, eppure la perse di misura: la “Coppa in faccia” segnerà una delle umiliazioni più brutte della storia giallorossa e sancì la fine di dell’idea rivoluzionaria della “Roma dei giovani romani e romanisti”, con le dimissioni ufficiali di Baldini, che da quel momento in poi lavorerà a Londra a fari spenti, facendo da ponte tra Roma e Boston. Dopo questo tragico fallimento, sarà proprio Pallotta a prendere la presidenza della Roma, mettendo sul banco  un budget di una cinquantina di milioni (obbligatori per chi diviene azionista di maggioranza) per ricostruire credibilità e cambiare immediatamente pagina, depennando definitivamente la favola della “cantera giallorossa”, che da un sogno affascinante è finita con l’essere un vero e proprio fallimento. Tutti si sperano che col cambio di proprietà, sarebbero state rose e fiori… e invece…….

Pioggia di soldi buttati
Pallotta non è uno sceicco e lo fa capire sin da subito, ponendo davanti ai suoi progetti il grande alibi che la Roma deve rispettare il fair play finanziario e che senza il fatturato che può garantire uno stadio di proprietà, bisogna sacrificare qualche top player ogni stagione per andare avanti. Di fatto, la Roma ogni anno registra un – 30 mln dovuti ad un monte ingaggi più alto di quello che potrebbe, ma questo purtroppo è inevitabile perché il club possa restare competitivo. Le giustificazioni sono più che legittime, ma non sfugge a nessuno l’evidente ed inspiegabile esborso di soldi per il mercato giallorosso: Basta menzionare i vari Bojan, Osvaldo, Jedvaj, Stekelenburg, Destro, Gerson, Ljajic, Falque, Iturbe, Schick, Ucan, Cole, Jesus, Doumbia, Ibarbo, Moreno, fino ai recenti Nzonzi, Pastore, Cristante, Spinazzola, Pau Lopez… tutti pagati a suon di milioni, tra contratti o acquisti, e che a fatti non hanno mai reso quel che costavano.
Non per vedere solo nero, Pallotta, grazie al suo DS Sabatini, portò anche giocatori validi. Vale la pena annoverare le sorprese come Marquinhos e Alisson, pagati pochissimo e rivenduti a tanto. Idem i giovani della primavera Romagnoli e Bertolacci. Ben apprezzati furono gli acquisti, non di certo low-cost, dei vari Lamela, Benatia, Manolas, Nainggolan, Strootman, Dzeko, Salah, El Sharaawy, Paredes, Emerson Palmieri. Non da meno si può dire sui colpi a parametro zero di giocatori considerati altrove sul viale del tramonto, ma che qui al contrario hanno contribuito a ritagliarci qualche soddisfazione, come Maicon e Keita .
In pratica, per gli enormi sacrifici fatti nella campagna acquisti, puntuali erano quelli per le cessioni, che potevano essere anche più di una se la Roma non entrava nella Uefa Champions League. Impossibile infatti non ricordare che tutti i giocatori menzionati son stati poi dati via, ad eccezione di Dzeko e Perotti, gli unici superstiti di questo viavai paragonabile metaforicamente ad un aeroporto.

Le false promesse di James
Riporto testualmente ciò che la Curva Sud ha rispolverato sulle dichiarazioni varie di Pallotta: 
Benatia non è mai stato in vendita, mai avviato trattative. È un nostro calciatore importante, dentro e fuori dal campo” (Pallotta 2014). “Farò della Roma uno dei più forti club al mondo” (Pallotta 2014).“Pjanic non si vende. In passato abbiamo sbagliato a fare troppe operazioni di mercato” (Pallotta 2015). “Salah al Liverpool? Con queste domande mi sembrate dei giornalisti di Roma. Continuano a farci offerte e se dessimo retta a tutti partirebbero i tre quarti della nostra rosa” (Pallotta 2017)
Dal 2017 sarà Monchi a prendere il posto di Pallotta e a continuare il trend delle false promesse. Rudiger non è in vendita, ci sono zero possibilità che parta, la Roma non è un supermercato” (Monchi 2017). “Se farò una squadra forte? Ci vediamo al Circo Massimo a fine anno” (Monchi 2017). “Alisson non si muove da qui altrimenti mi metterò io in porta” (Monchi 2018). “Quest’anno non abbiamo bisogno di vendere, la squadra sarà rinforzata” (Monchi 2018).
Da romanista, credo sinceramente di non aver mai visto un Presidente della Roma così bugiardo come Pallotta, da quando sono nato. E ho trovato ancor più irritante il fatto che ogni cessione venisse giustificata con la solita storia che erano i giocatori a volersene andare.

Gli addii dei capitani
Prima Totti, poi De Rossi. A Pallotta è spettata senza dubbio la gestione più difficile dei due giocatori più amati dalla tifoseria, ormai alle battute finali della loro carriera. Il primo appende le scarpe al chiodo a Maggio del 2018. Gestito come un comune mortale da Spalletti: spesso e volentieri lo faceva riscaldare in panchina per un’ora, per poi non mandarlo in campo per una manciata di minuti, oppure lo schierava in campo quando le cose andavano male per la squadra. Nonostante il discutibile modus operandi del tecnico di Certaldo, Totti sarà decisivo, coi suoi 39 anni suonati, per portare la Roma al secondo posto e qualificarla alla UCL. Almeno 8 punti di quella Roma portano il suo segno. Totti stesso denuncerà, in un libro pubblicato dopo la chiusura della sua carriera, comportamenti ostili (Baldini tra tutti) nei suoi confronti perché – a suo dire – c’era una chiara volontà di sbatterlo fuori dalla Roma e di de-romanizzare Trigoria. Da dirigente (contratto che esisteva da Rosella Sensi), Totti resiste solamente un anno. Si sente un pupazzo figurante. Prova a portare Conte alla Roma (finito poi all’Inter dove otterrà il secondo posto e la finale di Uefa League), ma la società non lo aiuta. Nonostante i suoi sforzi da tifoso puro, se ne andrà via da Trigoria incolpando anche Pallotta di non averlo tutelato e di non esser stato mai vicino alla squadra.
De Rossi invece lamenta di esser stato tenuto all’oscuro del suo destino fino a due settimane prima dalla chiusura del campionato. Nessuna comunicazione. Niente di niente. Il ragazzo lidense esce distrutto dalla parentesi romanista, senza nemmeno fare una festa di addio. Nessuna parola di Pallotta a favore di “Capitan Futuro”, che non si presenta nemmeno alla sua ultima da tesserato giallorosso. Si narra che siano stati i dirigenti a non consigliargli di presentarsi all’Olimpico perché a rischio linciaggio. La sua versione ufficiale, invece, sarebbe stata che stava lavorando per lo stadio.

Un viavai continuo di tesserati
Le certezze, queste sconosciute: in 8 anni più di duecento tesserati, otto allenatori, una dozzina – ho perso il conto – tra direttori e dirigenti. Ad oggi, Baldissoni a parte, nessuno ha avuto continuità con gli americani.
Quello che doveva essere un grande progetto, in realtà è sembrato agli occhi di tutti un viavai continuo di tesserati che hanno evidenziato semmai l’enorme fragilità di questa proprietà, che non è mai sembrata in grado di imporre un’idea o un progetto solido, a lunga durata.
L’unica cosa certa, in queste stagioni di proprietà americana, è che tutti gli allenatori, nel momento del salto di qualità, non son mai stati accontentati, anzi son finiti tutti abbandonati. A chiarire questo fatto è proprio Totti che, nella sua ultima conferenza, evidenzia un solco problematico tra gli uffici dirigenziali e il campo di gioco, cioè quello che fa girare la ruota del carro.

Presidente che non c’è mai.
Oltre due anni di assenza da Roma. Qualche apparizione in partite importanti e all’addio di Totti (una diretta in tutto il mondo, sia mai che mancasse!). Questa è una delle più gravi accuse amputabili a James Pallotta, che trova fertilità soltanto nelle idee rivoluzionarie di Baldini che, a suo dire, per vincere, “bisogna lavorare più lontani possibili dalle pressioni dell’ambiente.” Baldini si rifà un po’ a ciò che diceva all’epoca Capello, col quale – come ben ricordiamo -, ci lavorava a braccetto. Capello con quest’idea continua a marciarci sopra anche oggi per spiegare il suo scudetto a Roma. C’è però una sottile differenza tra le vedute apparentemente simili dei due: Capello aveva un arsenale di giocatori a disposizione, motivo per cui si spiegano in buona parte il suo trionfo (non ammettendo mai pubblicamente, dopo l’esperienza romana, che Sensi abbia sacrificato interi capitali per accontentarlo), mentre Baldini è convinto invece che non fosse necessario spendere ‘sto mondo e quell’altro per fare della Roma una grande realtà in tutto il mondo: un’idea rivoluzionaria che però non porterà nessun trofeo, bensì ad un trend di alti e bassi, con pochi sussulti che hanno avuto come culmine una semifinale di Champions League.

Il main Sponsor
Sappiamo bene che gli americani sono e resteranno i maestri del marketing e Pallotta in un certo modo cerca di rispettare l’egemonia in questo campo. La Roma infatti diventa partner di alcuni sponsor importanti come la Walt Disney, la Manpowergroup, Cashback World, Linkem, Betway e tanti altri. Porta a casa un accordo con la Nike per la produzione del materiale tecnico della squadra e fin qui il bostoniano non delude le aspettative. Quello che però verrà a mancare per cinque anni è il main sponsor ufficiale sulla maglia. La causa risiede nella richiesta esosa di 12mln di euro l’anno da parte di Pallotta, che ritiene l’immagine della Roma al pari delle élite europee, pur non avendo vinto un trofeo. Questo di certo non ha aiutato a risolvere il problema perché nemmeno i piazzamenti tra le prime quattro posizioni del campionato ha contribuito a trovare un accordo. Ci vorrà infatti una semifinale di UCL a cambiare la situazione. La prestigiosa vittoria contro la squadra dei marziani del Barcellona permetterà alla nostra Roma di avere quella visibilità tale da diventare “magicamente” un club appetibile per gli investitori. Dal 2017/18, nelle nostre maglie arriverà la Qatar Airways come main sponsor, che porterà 13 mln l’anno nelle casse giallorosse, sommate ai 5 mln annuali della Nike e 3 mln l’anno della Hyundai come retro-sponsor. Resta però il lungo digiuno dei cinque anni precedenti, quando la Roma aveva la Wind (6mln l’anno) come main sponsor. Ah, nello stesso periodo la Roma, dopo avere siglato l’accordo con la Nike anticipatamente, fu costretta a pagare una penale di oltre 20 milionI per aver violato il suo impegno contrattuale con la Kappa, l’allora fornitore tecnico della squadra. 
 

Zero trofei
La Roma non ha tanti trofei in bacheca e probabilmente ne ha meno di quanti ne meritasse, se guardassimo il passato, ma con la proprietà americana non ha più vinto niente, nemmeno una coppa Italia, che per questa squadra è stato il trofeo più vinto. La società e chi la sostiene provano a difendersi con tesi poco comprensibili: meglio un piazzamento in UCL o il 4 posto minimo, di una coppa Italia: portano più soldi.
Se il calcio sia diventato business, buon per gli americani, ma per i tifosi vincere sul campo è una priorità assoluta. Dunque, alla luce di questo decennio, la Roma è l’unico club tra i sei più importanti della serie A a non aver vinto niente. 
Questo dato è senza dubbio il più grave della gestione americana, preoccupata più alle plusvalenze che ai trionfi. Nelle occasioni dove la Roma poteva toccare da vicino un successo, arrivavano puntualmente le cessioni perché bisognava sopravvivere, secondo la logica aziendalista. Tutti però non dimenticano la follia di Monchi di smontare la Roma dopo la semifinale di UCL, con i conti praticamente all’attivo e fresca di nuovi introiti della Qatar, la Hyundai e i premi UEFA per il traguardo della semifinale. 

Fucking Idiots
La Sud espone striscioni a difesa del proprio Ultrà, De Santis, sulla tragica morte di Ciro Esposito. Nulla di esplicitamente offensivo, razzista o altro. Solo un opinabile appoggio ad un ultrà della curva, finito in carcere, che di fatto ha scatenato polemiche e scalpore a livello nazionale. De Santis verrà poi condannato a 16 anni per omicidio volontario.
Il giudice della Lega, per quegli striscioni, stabilisce che l’intero settore verrà chiuso per la partita casalinga successiva, contro l’Atalanta. Pallotta non ci sta e se la prende coi responsabili. Quel messaggio, però, è come se lo avesse subito l’intera curva perché la SUD, che è formata da più gruppi, ha sempre giurato coesione per i suoi ultrà e durante le partite della propria squadra. Ci fu, quindi, una protesta vivace degli ultrà stessi fuori dallo stadio per dimostrare il totale disaccordo con le misure intraprese del giudice della Lega e il mancato appoggio di Pallotta.
La situazione si fa ancora più aspra quando, nella stagione successiva, il CONI e il prefetto Gabrielli, abbracciano il progetto di dividere la curva. Per gli ultrà è una pugnalata al cuore. Nessuno prima di ciò era arrivato a così tanto. Quella divisione ha di fatto spinto gli stessi tifosi a disertare lo stadio per tutta la stagione. In alcune partite, le tifoserie ospiti hanno partecipato alla protesta disertando le trasferte. Pallotta ha replicato in un primo momento che non poteva farci nulla. Successivamente, la società ha cercato di porre un rimedio cercando un punto di incontro tra le necessità dei tifosi e la sicurezza voluta dalla prefettura. Il punto di svolta è arrivato però soltanto alla stagione successiva: via le barriere, ma sì alla riduzione dei posti in curva, al fine di favorire spazi per le vie di passaggio, con una massiccia presenza di steward e con la videosorveglianza in “alta definizione” per multare chi cambiasse posto o compiesse atti vandalici di qualunque genere. Tale soluzione è stata mal digerita pesantemente dalla SUD, che comunque è tornata a tifare la propria squadra con non pochi problemi testimoniati dai tifosi stessi, alcuni dei quali multati e “daspati” per aver cambiato posti (in sud si sta in piedi quando gioca la squadra) durante le partite. La sicurezza messa in atto in quella stagione fu finanziata da Pallotta stesso. Questo suo contributo è stata la punta dell’iceberg di un rapporto che si è trasformato in una vera e propria violenta ostilità.

Il braccio di ferro sulla festa della Roma
La proprietà americana decide di festeggiare la nascita della Roma l’8 Giugno, proseguendo la tradizione stabilita dai Sensi, a cui, all’epoca, non bastarono le testimonianze con pezzi giornalistici, firme e immagini, per mettere tutti d’accordo. Per la tifoseria, infatti, la data di nascita è il 22 Luglio, quando l’atto è stato depositato dal notaio agli Uffici del Vicario . L’8 Giugno c’è un accordo di massima tra le tre società, Alba, Fortitudo e Roman, che diedero vita alla AS Roma, ma due di queste, però, continuarono il proprio torneo fino a Luglio, quindi di fatto quello era solo un accordo preliminare che andava depositato per dar vita alla nuova realtà chiamata “Associazione Sportiva Roma”. Solo alla conclusione della stagione, si passa agli atti firmati e depositati dal notaio a via degli Uffici del Vicario, il 22 Luglio del 1927. Nello stesso giorno, c’è il primo ordine del giorno, firmato da Italo Foschi, nel quale furono concretate le norme esecutive per la costituzione del club. 
Per quanto mi riguarda, rimarrà indelebile ai miei occhi l’indifferenza della società sulla data aspramente voluta dai tifosi, anzi spesso e volentieri per deviare l’attenzione dell’ambiente, gli americani proponevano presentazioni o iniziative di vario genere nello stesso giorno, quasi come uno sgarbo voluto.

Ostilità cancellate
Pallotta che ospita a Trigoria la Juventus per preparare la finale di Coppa Italia, ad esempio, è stata considerata un insulto al passato, segnato da grandi ostilità che andavano ormai avanti da oltre 40 anni. In un’altra situazione ancora più delicata, dove la Roma si giocava la partita scudetto contro la Juve e fu letteralmente massacrata dall’arbitro Rocchi, perdendo per 3-2 allo J.Stadium, Pallotta invece di difendere l’ira dei tesserati romanisti (Rudy Garcia, in primis), invitò tutti alla calma e alla riflessione. Un’uscita fuori dal coro, in una partita di tale importanza e con dei torti così evidenti ai danni della Roma che lasciarono di pietra tutto l’etere romano. Fu tanto curiosa quella posizione se si pensa che poi lui stesso non si risparmiò sugli arbitri in altre partite. Si scoprì più in là, da alcune sue dichiarazioni, che ebbe più di una simpatia per la Juventus di Agnelli, col quale c’erano in gioco anche altro genere di interessi.

Guerra alle Radio romane
Le sue parole tuonano a Marzo del 2019 come una vera e propria battaglia: «A oggi siamo l’unica squadra in Europa che ha una sua stazione radio, a cui abbiamo dato vita circa due anni e mezzo fa. A Roma c’erano nove radio che parlavano della Roma 24 ore su 24. Nel frattempo ne abbiamo mandate 2 in bancarotta, adesso ce ne mancano altre 7. Abbiamo bisogno di spiegare la nostra versione dei fatti, se ascoltassi le radio tutti i giorni mi butterei dal Tobin Bridge ( il ponte di Boston, ndr) perché sparano merda su quello che facciamo o su quello che faccio io!»
Che a Roma ci sia un numero fin troppo elevato di radio che parlano della Roma è un dato di fatto e non scopriamo con questo che i conduttori radiofonici (per noi comunicatori, facilmente identificabili come Opionion Leaders) possano trovare fertilità nelle loro idee su tutti quei tifosi che masticano poco di calcio o che sanno poco e niente delle news in casa giallorossa, ma da qui a dichiarare guerra alle voci più rappresentative dei tifosi (nel loro piccolo, ognuno ha una sua preferenza) equivale a volersi creare terra bruciata intorno. Così è stato perché da allora la critica romana si è fatta sempre più aspra nei suoi confronti, sostenuta tra l’altro da una situazione drammatica della squadra che nello stesso periodo esonerò Di Francesco, dopo l’uscita dalla UCL, contro il Porto (partita oggettivamente rubata), e le sconfitte contro il Napoli e la Lazio in campionato.
Quelle dichiarazioni non hanno mai aiutato nessuno, anzi hanno spaccato ulteriormente l’opinione pubblica e alimentato il vespaio di polemiche in un momento che, forse, non ce ne era bisogno, tanto che nello stesso periodo c’era Ranieri che, nonostante il mare agitato, implorava alla tifoseria di andare allo stadio a sostenere la squadra e non pensare ad altro.9

Lo Stadio
Lo stadio è il nodo cruciale dell’esistenza di Pallotta nella AS Roma. Senza stadio entro il 2020, lui molla. Così disse anni fa, così è stato, anche se la nota curiosa è che tutto ciò avviene in un momento in cui sembra prossimo l’annuncio per la tanto attesa realizzazione. A parte ciò, il progetto stadio è il bene e il male della Roma intesa squadra, perché finisce puntualmente con l’essere l’alibi numero uno per i mancati successi del club. Diventa l’alibi, allo stesso tempo, di tanti tifosi che non vanno più all’Olimpico perché “è un cesso”. Diventa l’alibi perfetto perché Pallotta possa giustificare puntualmente le cessioni dei top player e mai un acquisto di livello internazionale (l’unico è stato Dzeko, preso da Sabatini, come quasi un regalo dal City). Gli altri, malgrado la loro bravura, sono tutti esplosi o valorizzati durante la permanenza nella capitale.

Lo stadio è sempre quella parola magica che serve per placare il mal umore di chiunque (una costante continua in questi ultimi anni).
Ma oggettivamente lo stadio può essere davvero l’asso nel manico per far della Roma una delle regine d’Europa, come ha avuto il coraggio di dirlo in un comunicato Di Benedetto e il resto della cordata (compreso Pallotta), facendo illudere mezza tifoseria giallorossa?
Beh, chi è preparato un minimo sugli andamenti del calcio europeo, sa perfettamente che ci sono tanti fattori da considerare, ma l’uno non esclude l’altro. Resta però il fatto che questo stadio, che da chiacchiere è divenuto un progetto, e da progetto è divenuto prossimo alla realizzazione, ha permesso a Pallotta di quintuplicare il valore della Roma che ora è stata venduta a quasi 600 milioni. In sostanza, la nuova struttura, prossima alla realizzazione, ha reso la Roma di maggior valore, appetibile ad un uomo decisamente più ricco. E presto i tifosi avranno una nuova casa, più moderna dell’Olimpico, più adatta alle partite di calcio e sicuramente più bella. Un impianto atteso da quarant’anni, cercato invano da Viola e successivamente da Sensi. 
Se da una parte quindi c’è un riconosciuto merito a Pallotta di esser riuscito all’impresa, dall’altra resta evidente come lo stadio fosse stato da sempre il suo unico e reale obiettivo: il mezzo per valorizzare il club e rivenderlo intascandosi più di quanto l’abbia pagato. Insomma, il bostoniano si è dimostrato un vero e proprio abile brooker. 
Ci rimane quindi in mano uno stadio prossimo all’approvazione e una nuova proprietà con basi economiche senz’altro nettamente superiori di quelle del bostoniano. Questa è l’altra faccia della medaglia dello stadio, cioè quella positiva, ed è quella che ci ha permesso di liberarci di un personaggio che della Roma non gli è mai importato nulla, se non per farci i propri interessi.

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