Le Foto Virtuali

Dei tanti linguaggi che la fotografia contemporanea ci offre, oggi vorrei soffermarmi sulle foto virtuali, cioè quelle che possono essere visualizzate su un qualunque dispositivo a 360°.
Cosa sarebbe la Fotografia Virtuale? Un esempio chiaro di fotografia virtuale, conosciute anche come “sferiche“, ce la offre gratuitamente il servizio di Street View di Google, da cui è possibile visualizzare i luoghi a 360°. Andiamo sulle mappe, trasciniamo l’icona gialla dell’omino in basso in un punto sulla mappa evidenziato di blu (sarebbero le zone coperte dalle foto virtuali) e verremo “catapultati” nella realtà virtuale della fotografia sferica. Toccando le frecce direzionali, possiamo vivere un vero e proprio tour all’interno della mappa.
Ma come si realizza una foto virtuale?
La foto virtuale non è altro che un insieme di immagini unite. L’unione di queste immagini può variare da quattro o a molte di più. Esse vengono unite in maniera tale da riprodurre fedelmente un ambiente a 360°. Il modo più veloce per capirlo è prendere un telefono, scaricare l’app ufficiale di Google, Street View (qui nello store di iOS), e poi scattare la foto seguendo le indicazioni della fotocamera. Dobbiamo star fermi il più possibile e metterci dove il contesto è meglio riproducibile. Seguendo le indicazioni dell’app effettueremo una rotazione riprendendo tutto l’ambiente. Esso verrà completato effettuando diversi scatti: praticamente si va a completare l’ambiente come se fosse un puzzle di immagini. Se la tecnica è ormai facilmente fattibile da qualunque positivo, resta il grande problema della buona riuscita perché a mano libera è facile cadere in errore: con un telefono, ad esempio, risulterà difficile riprodurre il pavimento senza le nostre gambe.
Ti chiederai senz’altro come faccia un professionista a riprodurre il pavimento come se lui non fosse presente. Ebbene, il professionista, per realizzare un ambiente, con molta probabilità userà una reflex montata su un treppiede e userà una lente fish-eye, la quale gli permetterà con 4 o massimo 6 scatti di realizzare una foto sferica. Ovviamente realizzerà il tutto scattando con impostazione manuale.
Le foto vanno eseguite rispettando lo stesso piano, con inquadratura verticale. Si effettua uno scatto ogni 90 gradi. Questo vale sia in orizzontale che in verticale.
Perché si possa utilizzare un risultato alla perfezione, la reflex va montata su un treppiede solido, con attaccata una testa panoramica. Vedi l’immagine.

Quest’ultima è tra le meno conosciute sul mercato, ma permette di muovere la fotocamera a 360°, riprendendo anche la zona Nadir, che sarà occupata per l’appunto dal treppiede, il quale, in separata sede, verrà rimosso attraverso programmi di ritocco. La parte alta invece è conosciuta come Zenith e viene coperta effettuando una semplice foto ruotando la stessa fotocamera verso l’alto, di 90°.
Usare una normale testa, ad esempio quella sferica, comporta il problema di non poter coprire il Nadir poiché la fotocamera ci è fissata sopra, dunque bisognerebbe sganciarla, rimuovere dal punto il treppiede e scattare la zona bassa a mano, con un risultato piuttosto compromesso poiché appariranno le nostre gambe e non è detto nemmeno che la fotocamera venga posizionata correttamente. Il risultato è quello di una fusione di immagini con potenziali errori o persino con dei buchi evidenti in seconda seduta, che comprometteranno inevitabilmente il risultato finale.
Ho visto su Youtube chi insegna a fare questo, ma la regola nelle fotografie sferiche non accetta ciò. Ecco quindi il motivo per cui si predilige l’uso di una testa panoramica. Più questa è di maggior costo e più probabilmente si andrà incontro ad un lavoro veloce poiché generalmente predispone nel suo meccanismo i gradi per impostare la posizione di fissaggio corretta della fotocamera e con un semplicissimo meccanismo di registrazione gli scatti vengono eseguiti senza dover stare ogni volta a prendere le giuste misure.
Ma facciamo un esempio pratico sul campo: ho la possibilità di scattare con un fish-eye da 8 mm: mi basterà fare quattro scatti da 90° per completare totalmente una scena, senza necessariamente scattare né in alto e né in basso. In queste zone, in fase di editing, sarà probabile che mi si presenti un puntino scuro sia allo Zenith, mentre che al Nadir vedremo la presenza ingombrante del nostro treppiede, quindi dovremo ricorrere a diverse soluzioni per la rimozione: in alcuni casi sarà però necessaria una ritoccata pesante per colpa delle pavimentazioni particolari o delle ombre presenti. Molti fotografi riducono il problema generando una sorta di cono sfogato, un metodo generato con il programma di photoshop. Questo è un passaggio che Google permette tranquillamente di adottare sulle immagini pubblicate dagli utenti, ma se stiamo fotografando un palazzo d’epoca con pavimentazioni antiche? Tocca risolvere il problema buttandoci diverso tempo. C’è persino chi eseguirà uno scatto sul pavimento per poi in seconda seduta fare una clonazione perfetta dei punti mancanti.
Resta comunque il fatto che scattare con queste apparecchiature (purtroppo costose) garantisce un tempo lavorativo minore rispetto a chi usa prodotti non professionali. La qualità messa sul campo, comunque, ha sempre il suo costo inevitabile.
Altro parametro, questa volta facoltativo, è l’impostazione del GPS, se integrato nella fotocamera, che sembrerà una sciocchezza, ma in realtà risolverà il problema della collocazione perfetta dell’immagine nella nostra mappa in fase di editing del nostro tour e nella pubblicazione.
E’ importante poi in fase di scatto. avere la bolla, ormai presente anche su treppiedi economici e persino sugli smartphone, perché anche qui è di vitale importanza che ci sia l’assenza di pendenza. Ultima necessità sul campo è la presenza del telecomando per scattare, oppure come alternativa si può impostare un autoscatto.
E’ caldamente consigliato scattare a diaframma completamente chiuso (da f/14 in poi va bene) per ottenere massima nitidezza in ogni punto.
Se ci trovassimo di fronte ad un contesto con forti contrasti di luminosità, è suggerito scattare in HDR (3 scatti con esposizione diversa su ogni angolo), col risultato che in un ambiente dovremo effettuare un minimo di dodici scatti invece di quattro. Ovviamente, partendo dall’utilizzo di un fish-eye da 8 mm.
Importante poi è quale reflex usare. Quelle a pieno formato arrivano a poter scattare fino a 8mm, dunque bastano 4 scatti per completare un contesto. Le semi-pro invece partono dai 15mm in poi. Tutti gli altri dispositivi, compresi i telefoni, possono aver bisogno di più foto: più aumentano i mm, più aumenta la necessità di scattarne una maggiore quantità. E’ certo comunque che con le reflex si ottengono i migliori risultati poiché contando di poter stare sopra un treppiede, queste possono immortalare con esposizioni lunghe anche ambienti scarsamente illuminati con tanto di diaframma chiuso, quindi garantendo perfezione sia nella chiarezza che nella nitidezza. Gli altri dispositivi, invece, riproducono il tutto con delle impostazioni di fabbrica che generalmente consistono in un innalzamento degli ISO e apertura massima del diaframma col risultato di un’immagine con parecchio disturbo (puntini bianchi) e scarsa nitidezza del contesto.
Per comprendere questo genere di risultato, basta fare una semplice foto in una zona con poca illuminazione col nostro smartphone. La foto, se zommata nelle zone più scure, ci offrirà parecchio disturbo e gli oggetti visibilmente sgranati poiché il sensore integrato in questi dispositivi tende ad aprire al massimo il diaframma, che equivale sì ad ottener più luce, ma allo stesso tempo anche ad aver una minore definizione dell’ambiente: è un risultato automatico inevitabile, dovuto ad una maggior profondità dell’ambiente, che in una foto virtuale è un aspetto decisamente penalizzante. Questo rende tutti questi dispositivi limitati per fare foto sferiche all’interno delle strutture che hanno scarsa luminosità. Il discorso vale anche con quei dispositivi venduti da Google stessa a caro prezzo, che permettono di scattare foto a 360° con un solo click.

In post produzione bisogna affidarsi a programmi professionali per l’unione delle immagini. I più usati sono senza dubbio PTGUI e Photoshop. Il primo è pensato più di ogni altro per questo genere di finalità. Il secondo però ha dalla sua la possibilità di elaborare o modificare il contesto, rimuovendo elementi scomodi dalla scena, come per l’appunto il treppiede, e recuperando la pavimentazione nella zona nadir.
Sembra una procedura facile e scontata, ma in realtà sono frequenti gli interventi ad opera del fotografo per sopperire agli errori di lettura del programma, oppure angolature sbagliate (bastano pochi cm!) in fase di scatto, quindi dietro ai lavori migliori ci sono sempre elevate skill nell’uso dei programmi di grafica da parte del fotografo.
Inoltre, non va affatto sottovalutato l’importanza del ruolo del PC o Mac sul quale vengono effettuati i lavori (meglio se fatti in una postazione fissa, con uno schermo grande), che dovendo tollerare una mole non indifferente di dati dovuti al peso delle immagini di grandi dimensioni, devono essere necessariamente potenti: ne va di mezzo il tempo di lavoro svolto, che in questo campo non è affatto poco e né tanto meno una passeggiata.
Perché immagini di grandi dimensioni? Perché si consiglia sempre di lavorare con formati non compressi. Ne va di mezzo il ritocco sui colori e la luminosità. Il formato jpg è altamente consigliato solo quando il file è destinato alla pubblicazione nei siti, Google Maps o nei social.

La parte finale consiste nella pubblicazione. Per ovvie ragioni commerciali, la gran parte dei fotografi pubblica le foto sferiche su Google Street. Su questa piattaforma, attraverso la propria App ufficiale, si possono realizzare punti di connessione tra le immagini realizzate, creando un vero e proprio tour virtuale anche all’interno delle strutture. Perché ci sia un corretto funzionamento, non solo si devono rispettare le regole del portale, ma a volte è necessario anche ricorrere all’uso di software professionali che riescano a colmare quelle opzioni che lo stesso Street View non dispone. Gli stessi sviluppatori suggeriscono ai professionisti l’utilizzo di programmi sviluppati da terzi che, grazie alle chiavi di accesso, supportano la suddetta piattaforma. I programmi che ci sono in giro sono praticamente tutti a pagamento.
Perché puntare su Google? Le sue mappe sono le più complete, più utilizzate, integrano il suo motore di ricerca più usato al mondo e vanta ormai un vissuto di oltre 15 anni. iOS, dal canto suo, si sta muovendo solo adesso nel virtuale, e non prima del 2021, sarà possibile accedere alle Street View anche nel nostro paese. Un po’ tardino, ma comunque meglio tardi che mai. Sarà molto probabile che anche Apple faccia fede sugli utenti per il completamento delle mappe, così come ha fatto Google in tutti questi anni, laddove non fosse stato possibile farlo coi propri mezzi (vedere ad esempio il mio tour virtuale sulla parte antica di Salcito, irraggiungibile coi mezzi stradali).

Quasi tutti i programmi di pubblicazione offrono sistemi per l’integrazione delle mappe virtuali all’interno del proprio sito. Se la priorità è la pubblicazione su Google, basterà copiare il codice HTML dalle mappe di Google stessa ed importare il contenuto sul sito stesso.
Qualora però le necessità vadano ben oltre alla semplice esposizione del tour, ossia integrare ad esempio delle prenotazioni connesse con l’attività, allora bisognerà ricorrere alla creazione di una pagina dedicata.

Tutti questi passaggi spiegati, che sono tra l’altro affrontati ai minimi termini, dovrebbero evidenziare e anche giustificare come questo campo abbia dei costi elevati: ore di lavoro, utilizzo di programmi professionali, conoscenze fotografiche e informatiche, utilizzo di attrezzatura fotografica necessariamente professionale (se si vuole la qualità). Insomma, un’attività che aspira ad ottenere foto virtuali deve esser consapevole che il costo non è affatto frutto di una rapina ben pensata o di fantasie dal nulla, ma di un vero e proprio lavoro impegnativo da parte del fotografo, e non è nemmeno facile intuirlo a causa di un marketing ingannevole che tende frequentemente a minimizzare i costi e la mole di lavoro che c’è sempre dietro ad ogni lavoro.
Vale la pena? Per chi ha un’attività turistica o commerciale direi proprio di sì, perché non solo questo aiuta alla propria indicizzazione e visibilità, ma permette alla gente una valutazione preliminare sul posto prima di recarsi e rubare del tempo a chi sta lavorando. E poi, pensiamoci bene: quante volte ci raccontano di un posto e non siamo mai sicuri di quello che ci stanno descrivendo? Ecco dunque che le foto sferiche ci possono venire incontro!
Sicuramente per i locali, ristoranti, palestre, cliniche, asili, musei, alberghi, parchi, B&B, strutture istituzionali e anche negozi specializzati sulla vendita di determinati prodotti, l’investimento per le foto virtuali dovrebbe essere senz’altro prioritario. Non investirci sopra equivale oggettivamente a perdere sempre più clientela perché ormai le foto virtuali stanno diventando sempre più diffuse ed essenziali da mostrare nel portfolio della propria attività. Bisognerebbe poi rendersi conto che la gente ormai si muove soprattutto con gli smartphone ed è già informata di ciò a cui va incontro, prima di recarsi in un qualunque posto. Che possa piacere o meno – e lo dico soprattutto ai tecnofobi che sono ancora tanti in questo paese -, la realtà virtuale e la condivisione immediata stanno entrando sempre più nella nostra vita privata e dunque non esporsi equivale a restare fuori dalla conoscenza collettiva. Questa è la cruda realtà.

Ovviamente, se avete bisogno che la vostra attività abbia necessità di introdurre tour virtuali su Google o/e sul proprio profilo o sito, potete contare sulla mia competenza che ormai è stata anche certificata dalla stessa Google Street View. Per vedere alcuni dei lavori svolti, potete visualizzare questa pagina del mio sito portfolio, dedicata per l’appunto ai tour virtuali.

Qualora siate interessati, potete scrivermi nella pagina contatti.

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Mattia Simoncelli

Matt Simon

Mi piace scrivere. Allena la mia mente. Questo blog resta la mia più grande palestra. Tratto principalmente i miei interessi e ciò che ruota intorno al mio lavoro. 
Aspiravo al giornalista sportivo, ma sono finito col fare il fotografo e i siti web da diversi anni ormai.